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C’è un patrimonio che non possiedi ancora.
Ma che già ti sta cambiando.
La Banca d’Italia lo ha misurato. Uno studio pubblicato a luglio 2026, nella collana Questioni di Economia e Finanza, porta un titolo particolarmente evocativo: The Wealth Yet to Come.
La ricchezza che deve ancora arrivare. I numeri raccontano qualcosa di interessante.
Chi si aspetta un’eredità consuma circa il 7% in più.
Risparmia circa il 17% in meno.
Detiene più attività finanziarie e tende a spostarsi verso strumenti diversi da depositi e titoli di Stato.
È più propenso a ricorrere al credito al consumo.
E, soprattutto con l’avanzare dell’età, mostra una minore disponibilità a lavorare.
Non ha ricevuto nulla.
Non ancora.
Ma una parte di quella ricchezza futura è già entrata nelle sue decisioni di oggi.
In altre parole, un patrimonio futuro, pur non essendo ancora disponibile, può già influenzare il modo in cui scegliamo di spendere, risparmiare, investire e persino lavorare.
Modigliani aveva ragione?
Negli anni Cinquanta Franco Modigliani elaborò la teoria del ciclo vitale.
L’idea, semplificando, è che non decidiamo quanto consumare e quanto risparmiare guardando soltanto a ciò che guadagniamo oggi.
Guardiamo alla ricchezza che pensiamo di avere nell’arco della nostra vita.
Ed è esattamente qui che lo studio della Banca d’Italia diventa interessante.
Un’eredità attesa non è ancora patrimonio.
Non è disponibile. Non è liquida. Non conosciamo necessariamente il momento in cui arriverà.
E spesso non ne conosciamo nemmeno il valore esatto.
Eppure entra già nel nostro bilancio mentale.
Se penso che domani sarò più ricco, posso permettermi di risparmiare meno oggi.
Posso consumare di più, posso assumere più rischio finanziario, posso persino essere meno interessato ad aumentare il mio reddito da lavoro.
La ricchezza futura comincia così a produrre effetti prima ancora di entrare concretamente nel patrimonio di chi la riceverà.
E poi c’è la casa
Qui lo studio diventa particolarmente interessante per un Paese come l’Italia.
Una parte importante della ricchezza trasmessa tra generazioni è infatti costituita da immobili.
E i dati mostrano qualcosa che, a prima vista, potrebbe sembrare controintuitivo: chi si aspetta un’eredità presenta una minore propensione a investire nell’immobiliare e, contemporaneamente, una maggiore esposizione alle attività finanziarie.
Ma forse non è affatto controintuitivo.
Immaginiamo una persona che oggi possiede un milione di euro di attività finanziarie e sa che, con ragionevole probabilità, un giorno erediterà due immobili per un valore complessivo di 700.000 euro.
Qual è davvero la sua asset allocation?
Se guardiamo soltanto a ciò che possiede oggi, abbiamo un patrimonio finanziario di un milione di euro.
Ma se allarghiamo lo sguardo al patrimonio futuro e prospettico della famiglia, il quadro cambia.
La ricchezza complessiva potrebbe un giorno arrivare a 1,7 milioni di euro, dei quali circa il 40% sarebbe rappresentato da immobili.
A quel punto, costruire oggi un portafoglio finanziario più diversificato, e magari anche più dinamico, non significa necessariamente essere più propensi al rischio.
Può significare esattamente il contrario.
Diversificare oggi rispetto a una concentrazione patrimoniale che sappiamo potrebbe arrivare domani. È una forma di asset allocation anticipata. L’immobile non è ancora nel patrimonio. Ma è già dentro la pianificazione.
Non succede soltanto in Italia
E qui la cosa si fa ancora più interessante.
Studi condotti in altri Paesi arrivano a conclusioni simili.
Nei Paesi Bassi, chi si aspetta un’eredità mostra una minore propensione al risparmio.
Analisi condotte su diversi Paesi europei evidenziano, nella stessa direzione, una relazione tra trasferimenti patrimoniali attesi e maggiori consumi.
In Giappone, uno studio basato su dati raccolti nell’arco di quasi vent’anni trova un risultato ancora più curioso: i mariti che si aspettano un’eredità dai propri genitori riducono il risparmio personale di circa il 5%.
Per le mogli, invece, non emerge un effetto statisticamente significativo.
Culture diverse, sistemi successori diversi, famiglie diverse.
Ma un meccanismo molto simile.
L’aspettativa di una futura ricchezza può modificare le decisioni economiche prima ancora che quella ricchezza venga effettivamente trasferita.
Cosa significa per chi pianifica
Tre cose.
Primo.
Un’eredità non comincia a produrre effetti finanziari quando viene accreditata sul conto corrente o quando avviene formalmente il trasferimento dei beni.
Comincia molto prima.
L’aspettativa stessa influenza consumi, risparmio, investimenti e indebitamento.
Secondo.
Questo significa che, nella pianificazione patrimoniale, non dovremmo guardare soltanto al patrimonio che una persona possiede oggi.
Dovremmo ragionare anche, con molta prudenza, sul patrimonio futuro che, con ragionevole probabilità, farà parte della sua vita domani.
Non per considerarlo già acquisito.
Ma per capire come potrebbe modificare l’equilibrio complessivo della ricchezza familiare.
Un futuro patrimonio immobiliare può cambiare l’asset allocation finanziaria di oggi.
Una futura partecipazione aziendale può modificare il livello di rischio che ha senso assumere nel portafoglio.
Una futura disponibilità finanziaria può cambiare le esigenze di liquidità.
La pianificazione patrimoniale, in altre parole, dovrebbe fotografare il presente, ma anche provare a disegnare il futuro.
Terzo.
C’è però un rischio.
Un’eredità attesa non è un’eredità ricevuta.
Può arrivare più tardi del previsto, può valere meno, può cambiare composizione, può essere assorbita dalle necessità di chi oggi la possiede.
E, naturalmente, può anche non arrivare affatto nella misura immaginata.
Qui passa il confine tra pianificazione e illusione. Tenere conto del patrimonio futuro è razionale.
Considerarlo già proprio non lo è.
Una conversazione da fare prima
C’è infine un aspetto che nessuna asset allocation può risolvere da sola.
Chi trasmetterà il patrimonio e chi probabilmente lo riceverà stanno prendendo decisioni economiche che, in qualche modo, dipendono l’una dall’altra.
Eppure, spesso, non ne parlano.
I genitori pianificano il proprio patrimonio.
I figli pianificano il proprio.
Due pianificazioni separate per una ricchezza che, prima o poi, potrebbe diventare la stessa. Forse il vero passaggio generazionale dovrebbe iniziare molto prima del passaggio dei beni.
Con una conversazione. Su ciò che esiste, su ciò che potrebbe essere trasferito, sui tempi, sulle esigenze di chi trasmette. E sulle aspettative di chi riceverà.
Non significa promettere un’eredità.
Significa evitare che ciascuno costruisca la propria pianificazione sulla base di ipotesi che l’altro non conosce.
Perché anche il modo in cui immaginiamo il nostro patrimonio futuro può influenzare le decisioni che prendiamo oggi.
La ricchezza che deve ancora arrivare, infatti, non aspetta di arrivare per cambiarci la vita.
La cambia da subito.
Nel modo in cui spendiamo.
Nel modo in cui risparmiamo.
Nel modo in cui investiamo.
Persino nel modo in cui lavoriamo.
E forse è proprio questa la lezione più interessante dello studio della Banca d’Italia.
La vera pianificazione patrimoniale non dovrebbe partire soltanto da una domanda:
«Quanto patrimonio hai oggi?»
Dovrebbe aggiungerne un’altra:
«Come potrebbe essere composto il patrimonio della tua famiglia domani?»
Perché pianificare non significa dare per certa la ricchezza che deve ancora arrivare.
Significa tenere conto anche delle possibilità future, senza confonderle con ciò che possediamo già.
Significa fare in modo che, quando e se quel patrimonio arriverà, non ci trovi impreparati.
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Fonte principale: D. Loschiavo, M. Moscatelli, E. Porreca, F. Zanichelli, “The Wealth Yet to Come: Inheritance Expectations and Households’ Economic Decisions”, Banca d’Italia, Questioni di Economia e Finanza n. 1032, luglio 2026.


