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Il rovescio a una mano della finanza

Qualche giorno fa ho letto sul New York Times un articolo di Adam B. Kushner dedicato alla progressiva scomparsa del rovescio a una mano nel tennis.

Parte da un’osservazione semplice.

Alcuni dei gesti più belli dello sport sembrano appartenere a un’altra epoca. Nel tennis, probabilmente, nessuno lo rappresenta meglio del rovescio a una mano.

Roger Federer ne ha fatto uno dei colpi più riconoscibili della storia. Stan Wawrinka lo ha trasformato in un’arma formidabile. Oggi Lorenzo Musetti è uno dei pochi grandi interpreti rimasti.

Eppure quel colpo sta scomparendo.

Non perché sia diventato improvvisamente sbagliato. E nemmeno perché Federer, Wawrinka o Musetti appartengano a un tennis superato.

È cambiato ciò che sta loro intorno.

Racchette, corde, preparazione atletica, velocità del servizio, quantità di topspin. Il tennis moderno produce palle più veloci, più alte, più difficili da controllare. E il rovescio a due mani offre, soprattutto a chi deve impararlo, maggiore stabilità e un margine di errore superiore.

Leggendo quell’articolo mi è venuto spontaneo pensare ai mercati finanziari.

Perché anche la finanza ha i suoi rovesci a una mano.

Quando una soluzione migliore per molti non è necessariamente migliore per tutti

Negli ultimi vent’anni il mondo degli investimenti ha vissuto una trasformazione non molto diversa.

ETF, fondi indicizzati, diversificazione globale, asset allocation strategica e modelli quantitativi hanno reso possibile costruire portafogli efficienti con strumenti semplici, trasparenti e replicabili.

Potremmo considerarli il rovescio a due mani della finanza.

Sono robusti. Relativamente semplici da utilizzare. Riducono la possibilità di commettere alcuni degli errori più comuni.

E soprattutto non richiedono di essere Federer.

Ma qui il parallelismo con il tennis diventa interessante.

Il fatto che quasi tutti i giovani tennisti imparino oggi il rovescio a due mani non dimostra che quello a una mano sia un colpo sbagliato.

Dimostra che è più difficile farlo bene.

E questo vale anche negli investimenti.

La diffusione degli ETF non dimostra che la gestione attiva non possa creare valore. L’efficienza degli indici non significa che selezionare singole aziende sia necessariamente inutile. E sapere che la maggioranza degli investitori fatica a battere il mercato non significa che nessuno possa riuscirci.

Significa qualcosa di più semplice.

Fare bene qualcosa di difficile è molto diverso dal credere di saperlo fare.

Ed è forse qui che Federer può insegnarci qualcosa anche sulla finanza.

Federer non dimostra che il vecchio è superato

Dimostra quasi il contrario.

Federer ha preso un gesto tecnicamente complesso e lo ha portato a un livello tale da renderlo competitivo contro giocatori che disponevano, almeno teoricamente, di una soluzione più stabile.

E non soltanto competitivo. Vincente.

Questo è un punto importante anche nella finanza.

Le medie raccontano che per molti gestori è difficile battere sistematicamente il mercato dopo i costi. Ma una media non dimostra che nessuno possa farlo. Dice qualcosa di diverso: che riuscirci è difficile.

Perché davanti a una strategia complessa la domanda corretta non dovrebbe essere soltanto: «Può funzionare?»

Quasi sempre la risposta è sì.

La domanda dovrebbe essere: «Quale vantaggio possiedo per pensare di riuscire a farla funzionare meglio degli altri?»

Informazioni? Metodo? Disciplina? Orizzonte temporale? Capacità di sopportare periodi anche lunghi di sottoperformance?

Oppure, semplicemente, la convinzione di essere più bravi della media?

Il problema non è la complessità

Sui mercati tendiamo spesso a oscillare tra due estremi.

Da una parte pensiamo che una strategia sofisticata debba essere necessariamente migliore. Dall’altra, dopo l’affermazione della gestione passiva, rischiamo di arrivare alla conclusione opposta: tutto ciò che è semplice è intelligente e tutto ciò che è complesso è inutile.

Probabilmente sono sbagliate entrambe le conclusioni.

La semplicità è un enorme vantaggio quando riduce gli errori. La complessità può avere valore quando esiste una competenza capace di governarla.

Il punto non è scegliere ideologicamente tra gestione attiva e passiva, tra ETF e fondi, tra concentrazione e diversificazione.

È capire quale livello di difficoltà siamo realmente in grado di gestire.

Perché una strategia può essere teoricamente valida e, allo stesso tempo, essere inadatta a chi non possiede gli strumenti, il tempo o la disciplina necessari per applicarla.

Quando cambia il contesto

Il pezzo del New York Times racconta anche quanto il tennis sia cambiato.

Tecnologia, materiali, preparazione atletica e tattica hanno modificato il modo di giocare.

Anche i mercati cambiano.

Inflazione e tassi possono modificare il comportamento delle obbligazioni. La tecnologia può concentrare una parte crescente degli indici in poche aziende. Nuovi strumenti possono rendere accessibili strategie che vent’anni fa erano riservate agli investitori istituzionali.

Una buona strategia, quindi, non deve soltanto essere valida. Deve continuare a esserlo nel contesto nel quale viene utilizzata.

Ma adattarsi non significa necessariamente abbandonare ciò che funzionava ieri.

A volte significa semplicemente capire meglio perché funzionava.

Musetti e ciò che sopravvive

Oggi Lorenzo Musetti continua a giocare il rovescio a una mano, in un tennis che sembra andare nella direzione opposta.

Forse è proprio questo a renderlo così affascinante.

Ricorda che l’evoluzione non cancella necessariamente ciò che viene prima. Seleziona ciò che riesce ancora a funzionare.

Succede anche negli investimenti.

Ci saranno strategie che diventeranno meno utilizzate. Altre che verranno sostituite da strumenti più efficienti. E alcune che continueranno a produrre risultati proprio perché qualcuno possiede la capacità, la disciplina o il tempo necessari per utilizzarle bene.

Per la maggior parte degli investitori, il rovescio a due mani della finanza — diversificazione, costi contenuti, disciplina e semplicità — rimane probabilmente la scelta più razionale.

Questo non significa che non ci sia più spazio per il rovescio a una mano.

Significa che bisogna sapere molto bene perché lo si sta scegliendo.

Perché il problema, nei mercati, non è giocare il rovescio a una mano.

È credersi Federer.

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