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Perché il mercato azionario non può essere considerato una fonte di ricchezza garantita
Qualche giorno fa Jason Zweig, una delle firme più autorevoli del Wall Street Journal, ha pubblicato un articolo dal titolo tanto curioso quanto efficace: The Stock Market Is Not Your Rich Uncle.
Letteralmente: Il mercato azionario non è tuo zio ricco.
Mi ha colpito non tanto l’articolo, quanto la metafora.
Perché in poche parole descrive uno degli errori più frequenti che vedo commettere a investitori e imprenditori quando osservano l’andamento del mercato azionario.
Il portafoglio sale.
Ci sentiamo più ricchi.
E, quasi senza accorgercene, iniziamo a comportarci come se quella ricchezza fosse ormai definitiva.
È una sensazione naturale.
Ma può trasformarsi in un’illusione pericolosa.
La plusvalenza non è ricchezza
Esiste una differenza sostanziale tra il valore di mercato di un patrimonio e la ricchezza che quel patrimonio è realmente in grado di garantire nel tempo.
Il primo cambia ogni giorno.
Dipende dalle quotazioni del mercato azionario, dal sentiment e dalle aspettative degli investitori.
La seconda è quella che continua a esistere anche quando il mercato cambia direzione.
Confondere queste due dimensioni è uno degli errori più comuni.
Una plusvalenza non realizzata non è ancora ricchezza consolidata.
È una possibilità.
E le possibilità, per loro natura, possono aumentare oppure diminuire.
Perché “zio ricco” è la metafora giusta
Uno zio ricco, quello vero, è affidabile.
Se promette un aiuto, sai che ci sarà.
Il mercato azionario non funziona così.
Può regalare un anno eccezionale.
Può cancellarne una parte importante nei mesi successivi.
Non lo fa per premiarci.
Non lo fa per punirci.
Lo fa semplicemente perché questa è la sua natura.
Il mercato non ha memoria.
Non ha riconoscenza.
Non ha alcun obbligo nei confronti di chi investe.
Il rischio non è il ribasso. È non esserci preparati.
Chi ha costruito un patrimonio nel tempo lo sa.
Il rischio non è che il mercato scenda.
Prima o poi succederà.
La vera domanda non è se, ma quando.
Il rischio è costruire le proprie decisioni — gli investimenti, le spese, gli impegni familiari e persino il proprio stile di vita — dando per scontato che il valore del patrimonio di oggi sia destinato a rimanere tale.
Negli ultimi vent’anni il mercato azionario ha attraversato crisi profonde.
Ogni volta ha recuperato.
Ma non tutti gli investitori hanno recuperato allo stesso modo.
Chi era preparato ha avuto il tempo di aspettare.
Chi non lo era ha spesso venduto nel momento peggiore, trasformando una perdita temporanea in una perdita definitiva.
La domanda che conta davvero
La domanda non è:
“Quanto vale oggi il mio patrimonio?”
La domanda è un’altra.
“Se domani il valore del mio portafoglio si riducesse in modo significativo, cosa cambierebbe davvero nella mia vita?”
Se la risposta è: nulla di irreversibile, probabilmente il patrimonio è stato costruito con equilibrio.
Se la risposta è: cambierebbe tutto, allora forse quel patrimonio è più fragile di quanto sembri.
È una domanda semplice, ma aiuta a distinguere il valore momentaneo espresso dal mercato dalla reale solidità della propria situazione patrimoniale.
Cosa significa, in pratica
Significa pianificare anche gli anni difficili, non soltanto quelli favorevoli.
Separare il capitale destinato ai bisogni dei prossimi anni da quello che può rimanere investito nel lungo periodo.
Evitare che una plusvalenza non ancora realizzata diventi la base per un acquisto, una donazione o un impegno che, invece, è del tutto reale.
La pianificazione patrimoniale non serve a prevedere il prossimo rialzo del mercato azionario.
Serve a fare in modo che un ribasso, quando arriverà, non costringa a cambiare i propri progetti.
Perché il mercato non è uno zio ricco.
Non ci deve nulla.
La vera ricchezza non è quella che compare durante un mercato rialzista.
È quella che continua a esistere anche quando il mercato azionario, per un periodo, smette di essere generoso.


